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L’amico d’infanzia Cuckold


di Gentilmen
11.02.2026    |    2.466    |    7 9.8
"» E in quel silenzio rotto solo dal nostro respiro, capii che quella sera aveva aperto una porta che nessuno di noi tre avrebbe più chiuso..."
Marco era sempre stato il tipo che nascondeva tutto dietro un sorriso tranquillo e una battuta pronta. Da bambini, quando combinavamo casini insieme per le strade di Ballarò, era lui a inventare le scuse più credibili per i nostri genitori; da adulti, era diventato l’uomo posato, affidabile, quello che tutti definivano “un gran marito”. Eppure, quella sera in cui mi aveva confessato la sua fantasia, avevo visto qualcosa di nuovo nei suoi occhi: un misto di vergogna bruciante e desiderio disperato che lo faceva tremare letteralmente.
Non era solo eccitazione. Era imbarazzo puro, profondo, quasi doloroso.
Eravamo seduti al tavolo della mia cucina, due birre ormai tiepide davanti a noi. Marco teneva le mani strette attorno alla bottiglia, le nocche bianche.
«Antonio… dirtelo a te è stato più forte di quanto pensassi» mormorò, senza alzare lo sguardo. «Tu mi conosci da sempre. Sai com’ero da ragazzo, sai che facevo il duro, che non mi facevo mai vedere debole. E ora ti sto chiedendo… questo.»
Fece una risata breve, nervosa, quasi un singhiozzo soffocato.
«Mi sento un coglione. Un pervertito. E allo stesso tempo non riesco a smettere di pensarci. Ogni volta che ti vedo con Elena, ogni volta che ride con te o ti abbraccia per salutarci, mi parte il cervello. Immagino le tue mani su di lei, immagino lei che geme il tuo nome invece del mio… e mi eccito da morire. Ma poi mi guardo allo specchio e penso: ma che cazzo sto facendo? Sto davvero chiedendo al mio migliore amico di scoparmi la moglie mentre io guardo?»
Si passò una mano sul viso, come per cancellare il rossore che gli saliva dal collo.
«Ho paura che dopo non mi guarderai più allo stesso modo. Che penserai che sono patetico. Che sono… meno uomo.»
Quelle ultime parole gli uscirono strozzate. Era la prima volta in trent’anni che lo sentivo così fragile.
Gli misi una mano sulla spalla. «Marco, ascoltami. Non penso niente di tutto questo. Quello che provi è tuo, è reale, e non ti rende meno niente. Anzi… mi fa capire quanto ti fidi di me. Quanto sei disposto a metterti a nudo, letteralmente, davanti a me. È una cosa grossa. Enorme.»
Alzò finalmente gli occhi. Erano lucidi.
«Davvero non mi giudichi?»
«Nemmeno un po’. E se vuoi che lo faccia davvero, lo farò. Ma solo se tu sei sicuro.»
Restò in silenzio per un lungo momento. Poi annuì, lentissimo.
«La serata… falla come hai detto. Vino, luci basse, musica. Falla ubriacare quel tanto che basta per farle abbassare le difese. E quando sarà il momento… non avere fretta. Voglio vedere ogni secondo di imbarazzo che le passa sul viso, ogni esitazione, ogni volta che guarda verso di me per capire se sto davvero bene. Voglio che sia lei a cedere piano piano, davanti ai miei occhi.»
Fece una pausa, il respiro corto.
«E voglio che tu mi guardi ogni tanto, Antonio. Voglio che tu veda quanto mi eccita guardarti mentre la prendi. Anche se dentro sto morendo di vergogna.»
Sorrisi appena. «Affare fatto.»
Due sabati dopo, la cena era pronta da ore. Avevo apparecchiato con cura: tovaglia bianca, candele accese, piatti di caponata, arancini appena fritti, un’insalata di pomodori e origano fresco, e tre bottiglie di Nero d’Avola già stappate a respirare. Musica bassa, un vecchio album di De André che girava piano sul giradischi. Tutto studiato per far sembrare la serata innocente, una semplice rimpatriata tra amici d’infanzia e la moglie di uno di loro.
Arrivarono alle otto in punto. Marco entrò per primo, con quel sorriso tirato che gli avevo visto solo poche volte nella vita. Elena lo seguiva, bellissima e inconsapevole, in un vestito estivo azzurro chiaro che le arrivava appena sopra il ginocchio, scollatura discreta, capelli sciolti sulle spalle. Mi baciò sulle guance come sempre, ma stavolta sentii il suo profumo – gelsomino e vaniglia – più forte del solito, e notai che teneva le mani un po’ troppo strette sulla borsa.
«Che bello, Antonio… casa tua è sempre uguale, mi fa sentire a quindici anni» disse ridendo piano, ma la voce le tremava appena.
Ci sedemmo. Marco di fronte a me, Elena tra noi due. Iniziai a servire il vino subito, generoso. «A noi tre» dissi alzando il bicchiere. «Ai vecchi tempi e a quelli nuovi.»
Brindammo. Elena bevve un sorso lungo, poi un altro. «È forte» commentò, ma non posò il bicchiere. Marco la guardava di sottecchi, le mani ferme sul tavolo ma le dita che tamburellavano piano, un tic nervoso che conoscevo da quando eravamo ragazzi.
La conversazione partì leggera: ricordi della scuola, il vecchio campo di calcio dietro la chiesa, le estati a Mondello. Elena rideva, arrossiva quando nominavamo le cotte adolescenziali, ma ogni volta che il discorso sfiorava qualcosa di più intimo – una battuta su “quello che facevamo da giovani” – abbassava lo sguardo sul piatto e si mordicchiava il labbro inferiore.
Versai altro vino. Il secondo bicchiere sparì in fretta. Al terzo iniziò a rilassarsi visibilmente: le spalle si abbassarono, le guance si tinsero di un rosa permanente, gli occhi diventarono più lucidi. Marco, invece, era teso come una corda di violino. Ogni volta che le sfioravo il braccio per passarle il pane o le facevo un complimento – «Elena, stasera sei proprio uno spettacolo» – lui deglutiva forte e distoglieva lo sguardo per un secondo, poi tornava a fissarci, affamato.
A un certo punto lei posò la forchetta. «Ragazzi… mi gira un po’ la testa» disse con una risatina imbarazzata. «Forse ho bevuto troppo.»
Marco parlò per la prima volta dopo un po’, la voce roca: «Tranquilla, amore. È solo il vino. Rilassati.» Poi, quasi sottovoce, aggiunse: «Antonio sa come farti stare bene.»
Lei lo guardò sorpresa, poi guardò me. Le guance le andarono a fuoco. «Marco… che stai dicendo?» sussurrò, ma non c’era rimprovero nella voce. C’era confusione, sì, e qualcos’altro. Curiosità. Un fremito.
Mi avvicinai piano, le posai una mano sul ginocchio sotto il tavolo. Lei sobbalzò, ma non si ritrasse. «Elena» le dissi piano, guardandola negli occhi «se vuoi che smetta, dimmelo adesso. Altrimenti… lasciati andare.»
Restò in silenzio per un lungo secondo. Poi abbassò lo sguardo sulle mie dita che le accarezzavano piano la pelle sopra il ginocchio, salendo di qualche centimetro. Il respiro le si fece corto. Guardò Marco. Lui annuì, lentissimo, gli occhi lucidi di vergogna e desiderio.
«Va bene» sussurrò lei, quasi a se stessa.
Mi alzai, le porsi la mano. Lei la prese, tremando. La portai in salotto, sul grande divano dove avevamo passato pomeriggi interi a giocare a carte da ragazzi. Marco ci seguì in silenzio e si sedette sulla poltrona di fronte, le mani strette sui braccioli, il viso già in fiamme.
La baciai lì, in piedi davanti a lui. Prima piano, sulle labbra, poi più profondo. Lei rispose timidamente all’inizio, le mani posate leggere sul mio petto come per tenermi a distanza. Poi il bacio si fece più urgente, le sue dita si aggrapparono alla mia camicia. Gemette piano nella mia bocca quando le infilai una mano sotto il vestito, sfiorandole l’interno coscia.
«Antonio…» mormorò, la voce spezzata dall’imbarazzo. «Marco sta guardando…»
«Lo so» le risposi all’orecchio. «E gli piace.»
Lei girò la testa verso il marito. Marco era immobile, il respiro affannato, una mano già sui pantaloni a premere contro l’erezione evidente. Una lacrima gli scivolò lungo la guancia, ma non distolse lo sguardo.
Le abbassai le spalline del vestito. I seni le uscirono liberi, i capezzoli già duri. Li presi in bocca uno alla volta, succhiando piano. Lei inarcò la schiena, un gemito più forte le sfuggì. «Oddio… non dovrei…» ma le sue mani mi tenevano la testa contro di sé.
La feci sdraiare sul divano. Le sollevai il vestito fino alla vita, le tolsi le mutandine lentamente. Era bagnata, lucida. Le mie dita la trovarono subito, scivolarono dentro con facilità. Lei si morse il labbro, gli occhi chiusi, ma poi li riaprì e guardò Marco.
«Amore… lo sto facendo davvero» sussurrò, la voce rotta dall’eccitazione e dalla vergogna.
Marco annuì, incapace di parlare. Si slacciò i pantaloni, iniziò a toccarsi piano.
Mi inginocchiai tra le sue gambe aperte. Lei tremava. «Piano…» mi pregò.
Entrai lentamente, centimetro dopo centimetro, sentendola stringermi forte. Quando fui tutto dentro emise un lungo gemito, quasi un singhiozzo di piacere. Iniziai a muovermi, prima piano, poi sempre più deciso. Lei si aggrappò alle mie spalle, le unghie nella carne.
«Più forte» ansimò dopo un po’. «Scopami più forte, Antonio.»
Obbedii. La stanza si riempì del rumore dei nostri corpi, dei suoi gemiti sempre più alti, dei respiri affannati di Marco che si masturbava guardandoci. Lei girò la testa verso di lui proprio mentre raggiungeva l’orgasmo: «Marco… sto venendo… sto venendo sul cazzo del tuo amico!»
Urlò, il corpo scosso da spasmi violenti. La seguii subito dopo, venendo dentro di lei con un grugnito profondo. Marco esplose un istante più tardi, il seme che gli schizzava sulla mano e sulla camicia, gli occhi fissi su di noi, pieni di lacrime e beatitudine.
Ci accasciammo sul divano, sudati, ansimanti. Elena si rannicchiò contro di me per un momento, poi tese una mano verso Marco. Lui si avvicinò, le baciò la fronte, poi le labbra.
«Grazie» gli sentii sussurrare, la voce ancora spezzata dall’imbarazzo e dal sollievo.
Lei sorrise debolmente, ancora arrossata. «Non pensavo… che mi sarebbe piaciuto così tanto.»
E in quel silenzio rotto solo dal nostro respiro, capii che quella sera aveva aperto una porta che nessuno di noi tre avrebbe più chiuso. Un segreto condiviso tra amici d’infanzia, intriso di vino, vergogna, eccitazione e fantasie finalmente realizzate.
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